I sinuosi alberi della Sardegna, nelle giornate di vento, vengono educati all'obbedienza: si lasciano ammansire dal maestrale,
non oppongono resistenza e le loro chiome si inchinano davanti alla maestosità del cielo.
Se questi alberi potessero, forse si desterebbero dal loro muto torpore e racconterebbero ad ogni passante una storia.
Una storia d'amore e invidia, timori e sospetti, intrisa di leggende e antichi segreti.
La storia di una donna, Julia, vissuta a cavallo tra Cinquecento e Seicento in un villaggio del nord della Sardegna.
Una donna come tante, figlia di un muratore e moglie di un contadino, povera e analfabeta.
Se vi dicessi che aveva fama di essere una strega?


La sua vita

Julia Casu Masia Porcu, meglio conosciuta come Julia Carta, era nativa di Mores, ma si era trasferita a Siligo all'età di 25 anni per sposare un contadino vedovo, Costantino Nuvoli. Da lui ebbe dei figli – sono attestate più di dieci gravidanze – che morirono tutti in tenera età tranne l'ultimo, Juan Antonio. Julia era dunque moglie, madre e amministratrice della casa. Ma non solo: era anche custode di un patrimonio di conoscenze magiche e medico-terapeutiche ereditate della nonna, progressivamente unite ad altre nozioni acquisite mediante l'amicizia con alcuni gitani che transitavano nei dintorni del paese.

Per via delle sue conoscenze eterodosse, Julia cadde sotto la lente d'osservazione del parroco di Siligo, Baltassar Serra y Manca, commissario della Santa Inquisizione, che la fece arrestare il 18 ottobre 1596 a Mores, in casa del padre.
Julia fu inquisita per due ragioni: sia perché era un'eretica, sia perché era una hezechiera, una fattucchiera, una donna che realizzava amuleti e praticava terapie legate a un contesto magico. Si sospettava addirittura che fosse in grado di sfruttare i suoi presunti poteri per fare del male alle persone. Ma in cosa consisteva esattamente la sua attività?
In un interrogatorio del primo processo (1596-1597) Julia stessa racconta di essere molto abile nella cura dei dolores, malattie diffuse e spesso mortali, grazie all'uso di particolari erbe. In alcuni casi, però, la malattia resisteva a qualsiasi suo intervento: quando nessun intruglio alleviava la sofferenza dell'ammalato, cominciava a sospettare che la causa di tutto fosse un maleficio.
Nel secondo processo (1604-1606) vengono illustrati nel dettaglio i suoi interventi contro malocchio e fatture: un rituale alquanto singolare consisteva nell'urinare immaginando di avere sotto i genitali il viso di chi si sospettava avesse lanciato il maleficio. Questo atto avrebbe il significato simbolico di cacciare il male con un definitivo congedo: anche i gatti agiscono in questo modo per marcare i confini del loro territorio.
In altri casi, Julia fabbricava degli amuleti sfruttando una commistione di sacro e profano: utilizzava elementi spesso rubati dalle chiese, ma anche oggetti di uso comune.

La accuso e le imputo come colpa che, essendo una certa persona inferma – e si sospettava che lo fosse a causa di qualche maleficio che le avevano fatto – una certa persona le consigliò di recarsi a casa di Julia Carta, che si intendeva di queste cose e le avrebbe dato un rimedio. E così vi si recò. E il rimedio che la detta Julia Carta le diede fu questo: chiese tre pezzi di tegola di chiesa, tre pezzi di pietra pomice e polvere, palma benedetta, rosmarino, ruta e cùscuta, e tutte queste cose mise in un vaso di terracotta nel quale c'erano vino, acqua benedetta e orina; chiamò quindi quella persona e la fece spogliare e sedere su una sedia sardesca vicino al fuoco, mise sul fuoco quel vaso con tutti gli ingredienti menzionati, e col fumo suffumicò la detta persona.

(Tratto da una dichiarazione di Thomás Pitigado, il procuratore fiscale del Santo Officio)

Quello sopra descritto è un esempio di fumigazione, s'afumentos, una terapia che si riscontra tuttora nell'attuale realtà sarda. È evidente che il rituale sia pervaso da simboli magico-religiosi la cui forza era indispensabile per vincere le fatture. L'acqua santa, la tegola della chiesa e la palma benedetta conferivano alla terapia tutta la potenza del sacro, che ispirava fiducia a chi veniva curato e agiva quasi come un placebo. Le erbe, la pietra pomice e la polvere infondevano la loro carica magico-simbolica che creava un'atmosfera suggestiva. Ma Julia non era solo una guaritrice: dagli atti processuali, emerge il suo talento di indovina.

La accuso e le imputo come colpa principale il fatto che una volta andò a praticare suffumigi a un'ammalata e, avendole portato alcune braci ben accese, la detta Julia Carta gettò su quelle braci una cosa che le spense di colpo. Ed essendo i presenti meravigliati per come le avevano viste spegnersi così repentinamente, la detta Julia disse: «Questo significa che l'ammalata è morta»

(Tratto da una dichiarazione di Thomás Pitigado, il procuratore fiscale del Santo Officio)

Julia era in grado di indovinare il futuro e la sorte di un ammalato; i suoi compaesani credevano che per entrare in possesso di queste informazioni, facesse avvicinare la luna alla Terra per interrogarla personalmente.
In realtà, lei sosteneva di saper interpretare i fenomeni naturali (come ad esempio il comportamento degli animali o il movimento di una fiamma) e leggere nella loro dinamica chiari messaggi riguardo al futuro.
Nasce spontaneo il collegamento con gli àuguri e gli arùspici, i sacerdoti che presso i popoli italici e Romani rivelavano la volontà degli dei basandosi sull'osservazione del volo degli uccelli o delle interiora degli animali sacrificati.
Anche per via di questo collegamento con i popoli di religione pagana, agli occhi degli inquisitori Julia appariva come "strega, superstiziosa, malefica" e si sospettava che in lei vi fosse la presenza di qualche demone.

Guaritrice, indovina, fattucchiera: l'attività di Julia era al confine tra magia e religione. La sua professione può essere riassunta in una parola soltanto: bruxia. La strega, dal latino strìga o dal greco strìks (στρίξ), un uccello notturno che assume le fattezze di un vampiro e succhia voracemente il sangue delle sue prede.
Ma l'etimologia di bruxia potrebbe essere la stessa del verbo abbruxiai, bruciare; in questo caso, il termine implicherebbe nel suo significato il destino delle donne accusate di stregoneria: il rogo.
Julia, e come lei tante altre donne, è come bloccata da un superiore ritornello che serra la sua vita e la costringe a non oltrepassare i chiusi serrami della conoscenza tradizionale. Rappresenta la povertà di un villaggio sardo del XVII secolo, sottomesso alla dominazione spagnola, oppresso da una religione cattolica che fa capolino minacciosa da dietro una coltre di terrore.
Conoscere la sua storia è un modo per avvicinarsi ad una realtà europea, ma anche un'occasione per ricordare tutte quelle donne accusate di stregoneria che, a differenza sua, non riuscirono ad evitare il rogo.

Per quanto riguarda l'accusa di eresia, ecco qui di seguito un estratto dell'intervista alla dott.ssa Susan Ecca, direttrice del museo "S'omo 'e sa Majarza", a Bidonì, che può essere ascoltata dopo averla scaricata sul proprio pc.

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